8 lug
2010

Dopo la laurea in legge mi sono detto: non sarebbe meglio ridare le gambe a chi le ha perse?

Il dottor Schweitzer italiano arriva ogni fiorno nel suo ospedale di Kabul prima dell’alba. Indossa il camice bianco, controlla la posta elettronica, legge i referti degli amputati e studia il metodo più veloce per farli camminare: tre ore da solo, fino all’apertura dei cancelli alle 8 in punto. “Ho bisogno di questo tempo per me stesso” dice. “Per scrivere, riflettere, organizzare il lavoro. E per accarezzare il mio sogno nel cassetto: costruire decine di centri ortopedici in tutto l’Afghanistan”. Un sogno che Alberto Cairo, fisioterapista di Ceva, inprovicnia di Cuneo, insegue da vent’anni. E che forse è a un punto da svolta. La Cmapgna per la messa al bando delle mine, l’Università di Roma Tre e il Senato della Repubblica lo hanno infatti candidato ufficilamente al premio Nobel per la pace 2010. “Meglio non illudersi” si schermisce “però se davvero mi premiassero sarebbe una vittoria per gli afghani. E nessuno potrebbe più fermarmi!”. In realtà non si è mai fermato da quando, laureato in giurisprudenza a Torino, decise di cambiare vita e di iscriversi a un corso di fisioterapia con le statistiche delle Nazioni Unite in testa: ogni 22 minuti una persona rimane vittima di una mina antiuomo, per il 90 per cento sono civili, di cui il 20 per cento bambini. Solo in Afghanistan i sopravvisuti con gravi mutilazioni sono più di un milione. Ed è proprio a Kabul che l’ex avvocato di Ceva, dopo un’esperienza di tre anni a juba, in Sudan, approda nel 1990 per assumere la gestione del centro di riabilitazione per i feriti di guerra del comitato internazionale della Croce rossa. Con un precetto: “Quando vedo uno sena gambe arrivare da noi, ho imparato a non pensare ‘poveretto’ ma a calcolare rapidamente quanti giorni serviranno per rimetterlo in piedi”. Sotto la sua direzione il laboratorio dove si fabbricavano rudimentali protesi si è trasformato nel più grande centro per la riabilitazione fisica della Croce rossa al mondo. Vi hanno trovato assistenza quasi 100 nila pazienti, nonsolo vittime di ordigni ma chiunque sia portatore di un handicap motorio. “Su 6 mila nuovi pazienti l’anno” dice Cairo “meno di 1.000 sono oggi mutilati da mine antiuomo”. Il Centro ortopedico di kabul, nel quartiere di Ali Abad, fu assegnato alla Croce rossa dal presidente Mohammad najibullah, linciato dai talebani quando occuparono l acapitale nel 1996. Accoglie in media, gratuitamente e senza alcuna distinzione politica, tribale o religiosa, 300 pazienti al giorno e sforna ogni anno 15 mila protesi e ortesi, 10 mila paia di stampelle e un migliaio di sedie a rotelle. Una carrozzina importata costa 500 dollari, quelle prodotte in loco non più di 150.
Abdul Wahab, ex soldato che ha perso una gamba saltando su una mina, sta avvitando il piede a una protesi artificiale: è uno dei 320 dipendenti dell’ospedale. Altri 300 lavorano nei centri provinciali di Mazr-i-Sharif, Faizabad, Jalalabad, Golbahar, Herat e dal prossimo luglio anche a Lashkar Gah. “Tutti, uomini e donne, tecnici e amministratore, infermieri e cuochi, guardiani e giardinieri, sono mutilati” sottolinea Cairo. “Persino Susie, il nostro cane, è senza una zampa. Diamo lavoro solo ai nostri ex pazienti, secondo un principio di discriminazione positiva che ha un enorme impatto psicologico. Un centro per disabili gestito da disabili significa ridare speranza, creare opportunità. L’ho capito nel 1994, grazie a Mahmud”.
Mahmud, un contadino anlfabeta, aveva perso un braccio e due gambe, dilaniate dalle mine, e aveva ricevuto le protesi. Ma un giorno tornò in ospedale disperato: i figli erano cresciuti e lui si vergognava a mendicare. “Sono quel che resta di un uomo” piangeva. “Ma se mi date un lavoro sono disposto a tutto”. Senza troppa convinzione, gli costruirono uno speciale sgabello e lo provarono nel repartod ove si incollano e si avvitano alcune parti dei piedi. “Dopo una settimana” ricorda Cairo “era ilpiù veloce di tutti”.
Il centro ortopedico fu evacuato diverse volte a partire dal 1992. Dopo l’11 settembre 2001, al culmine dell’offensiva americana, Cairo era a Golbahar, all’imbocco della valle del Panjshir. Arrivavano in continuazione bambini, donne e guerriglieri orrendamente mutilati: operati dai chirurghi locali e dai medici dell’ospedale di Emergency ad Anabah, dopo qualche settimana si presentavano dal ‘dottor Alberto’. Nei laboratori i tecnici e gli infermieri fabbricavano le protesi con materiali di recupero. I copertoni dei blindati sovietici servivano per gli snodi alle caviglie delle gambe artificiali: la gomma, dura e compatta, era di ottima qualità e poteva essere riutilizzata più volte. Ma Cairo non vedeva l’ora di riaprire il centro ortopedico di Kabul, che è la sua vera casa. Molto più della villetta nel quartiere di Wazir Akbar Khan dove abita. Generoso e disponibile con i pazienti, ai quali devolve buona parte dello stipendio, non concede molto alla propria sfera privata: “Mi alzo alle 3 e mezzo, faccio ginnastica e prima delle 5 sono in ospedale. Torno a casa verso le 8 di sera, mangio e vado subito a dormire. Il venerdì, giorno di riposo, navigo su internet, ascolto la Bbc e leggo: solo romanzi, perché ho bisogno di sognare. Faccio una vita monacale ma non riesco a immaginarne una diversa”.
Cairo detesta il palcoscenico, la televisione, le interviste: un carattere opposto a quello di Gino Strada, con il quale ha in comune l’avversione per la guerra e l’entusiasmo per l’impegno umanitario. “I media” dice “hanno enfatizzato una rivalità che fra noi non esiste. Collaboriamo, ci scambiamo i pazienti. E spero che l’ospedale di Emergency a Lashkar Gah riapra: in quella zona c’è assoluto bisogno”.
L’impegno di Cairo non si limita ai centro ortopedici. “La riabilitazione fisica è solo una tappa” afferma. “Il traguardo è il reinserimento sociale dei disabili attraverso la scuola e il lavoro. All’inizio la Croce rossa non voleva saperne: i progetti esulavano dal suo mandato. Ma alla fine l’ho spuntata, dando vita ai primi progetti con fondi privati. Oltre alle visite domiciliari per i midollolesi spinali più gravi, aiutiamo i bambini in età scolare, finanziamo corsi di formazione professionale per i ragazzi e programmi di microcredito”. A Kabul più di 6 mila disabili così hanno potuto avviare piccole attività commerciali riacquistando la propria dignità die sseri umani. “E c’è ancora qualcuno che mi chiede perché restoa Kabul” sorride Cairo. “C’è così tanto da fare. Andarsene sarebbe un crimine”.


Panorama – Giovanni Porzio – 8 luglio 2010
 

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