Esiste il gene del mal di schiena? Perché questo disturbo colpisce i componenti di una famiglia piuttosto che quelli di un’altra? Quali sono i meccanismi e i motivi delle degenerazione dei dischi intervertebrali? Come possiamo rinvigorirli? C’è un progetto, voluto e finanziato dalla Commisione europea, che vuole rispondere a tutte queste domande. Si chiama “Genodisc”. E l’Irccs, l’Istituto ortopedico Galeazzi di Milano è l’ospedale italiano che è stato scelto dall’Università di Oxford per condurre lo studio con altri nove centri europei. Il Galeazzi, infatti, è da tempo specializzato anche nella cura dei disturbi della colonna vertebrale. In questa struttura, Marco Brayda-Bruno è il responsabile dell’Unità operativa di Chirurgia vertebrale III e coordinatore del progetto europeo condotto assieme all’U.O., diretta dal professor Maurizio Fornari.
D: Il mal di schiena colpisce circa 15 milioni di italiani ed è la prima causa di assenza dal lavoro. Professor Brayda, che obiettivi si pone lo studio europeo “Genodisc”?
R: Con questo progetto speriamo di arrivare in qualche anno all’identificazione di specifici siti genetici correlati alla degenerazione del disco intervertebrale, una malattia che sta alla base della maggior parte dei casi di mal di schiena. Se venisse accertata l’origine ereditaria di alcuni tipi di degenerazione del disco, potremmo pensare alla ricerca di farmaci genici per prevenire questo problema. In ogni caso, lo studio accurato della struttura del disco ci permetterà di verificare scientificamente le possibilità di successo degli innesti di cellule nel disco per rivitalizzare il tessuto.
D: Gli studi per combattere il mal di schiena hanno una lunga storia...
R: Quest’ultima ricerca è un’evoluzione dello studio Eurodisc, sulla comprensione della degenerazione delle cellule del disco intervertebrale. Ora, con Genodisc si è passati alla ricerca clinica che coinvolgerà circa 2.500 pazienti.
D: Come vengono scelti i pazienti?
R: I malati vengono “arruolati” in quattro centri clinici: all’Università di Oxford, all’Istituto Galeazzi di Milano, all’Istituto nazionale ungherese per gli studi della colonna di Budapest e al Centro ospedaliero sloveno di Lubiana. Sono pazienti che soffrono, per esempio, di ernia del disco, stenosi, spodilodistesi, osteocondrosi e che offrono volontariamente la loro adesione alla ricerca. Su questi soggetti viene eseguito un prelievo di sangue che è utilizzato per lo studio del Dna.
D: Perché il Galeazzi sta prestando molta attenzione alla cura dell’osteocondrosi?
R: E’ una malattia piuttosto diffusa, caratterizzata nella sua forma più grave dalla curvatura in avanti del dorso, ma spesso viene ignorata. Coinvolge tutti i dischi vertebrali e di frequente colpisce più componenti della stessa famiglia. E’ proprio questa osservazione che ci ha fatto pensare a un’origine genetica del male. E oggi, grazie alla risonanza, riusciamo ad avere informazioni più precise sulla degenazione discale.
D: In che modo?
R: Controllando il tempo di diffusione del liquido di contrasto nel disco. Dopo aver iniettato il mezzo di contrasto nel sangue, controlliamo con una serie di risonanze a distanza di 5, 10 minuti, mezz’ora, un’ora, due ore e sei ore, la velocità con la quale si diffonde all’interno del disco intervertebrale. Più bassa è questa velocità e maggiore è la degenerazione della struttura del disco che non ha irrorazione sanguigna e riceve il suo nutrimento unicamente dall’osso vertebrale.
D: A cosa servirà questa valutazione?
R: Per stabilire le prognosi future: con questo esame si potrebbe valutare la predisposizione di un malato alle diverse patologie della schiena. Non solo. La conoscenza della velocità di diffusione e quindi della capacità di “alimentazione” del tessuto discale potrebbe darci indicazioni utili sul successo di eventuali innesti cellulari.
QN Il Resto del Carlino La Nazione Il Giorno - Maurizio Maria Fossati - 11 maggio 2010