2 dic
2009

Ecco l'arto bionico, la mano si muove con il pensiero

Pisa, per al prima volta al mondo una protesi risponde al cervello del paziente. Lui: “Che bello, un braccio nuovo”.

Ci hanno provato anche americani e cinesi, ma a vincere la prima sfida è stata la scuola italiana. Che oggi, dopo due anni di lavoro, presenterà a Roma un prototipo considerato dagli esperti il risultato estremo della biorobotica, almeno fino a questo momento.
Si chiam “LifeHand” ed è la prima mano artificiale al mondo che la persona riesce ad usare, ma soprattutto a “sentire”, come se fosse naturale. Molto più di una semplice protesi, dunque, qualcosa che diventa parte integrante del corpo non solo fisicamente ma anche a livello psicologico. E’ stata impiantata su un paziente di 26 anni, l’italo-brasiliano Pierpaolo Petruzziello, che due anni fa aveva subito l’amputazione dell’arto in seguito ad un incidente automobilistico.
“Erano le dieci di sera, uno schianto tremendo, avevo il finestrino aperto e ho capito subito di aver perso il braccio perché non lo sentivo più - racconta finalmente a cuor leggero, dopo aver ritrovato la speranza grazie ai medici che lo hanno convinto a credere nell’intervento -. Gli specialisti sono stati tutti bravissimi. Grandi persone, che mi hanno aiutato molto a livello umano e mi hanno fatto capire che non dovevo aver paura del presente ma pensare a quello che sarebbe stato meglio per me fra due o tre anni”. Così ha accettato di sottoporsi alla prima fase di sperimentazione ottenendo risultati eccellenti sia in termini di funzionalità, sia nel percorso di integrazione che non ha registrato problemi di rigetto ne complicazioni di altro genere.
“LifeHand” nasce dalla sinergia di quattro istituti europei trai quali spicca la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che ha concepito e sviluppato il progetto nel suo Parco Ricerca, il Polo Valdera diretto dal professor Paolo Dario. Qui, nel laboratorio Arts, sono stati realizzati il primo prototipo di mano cibernetica e gli algoritmi di comunicazione fra l’arto e il sistema nervoso del paziente. Il merito della sperimentazione clinica sull’uomo va invece al Campus Bio-Medico di Roma, responsabile sia degli aspetti medici che del supporto tecnologico. Tedeschi e spagnoli gli altri due istituti partner: l’Institute Fraunhofer Gesellschaft, che ha costruito gli elettrodi di nuova generazione, e l’Università Autonoma di Barcellona che li ha sperimentati sugli animali.
A fare la differenza sono proprio questi elettrodi in grado di rendere volontari, e non più indotti dalla contrazione dei muscoli, i movimenti della mano. Rispetto alle sperimentazioni condotte in Usa e in Cina, il valore aggiunto del progetto italiano sta nel fatto che LifeHand è dotata di 4 elettrodi, ciscuno con 8 canali di comunicazione che quindi rendono la protesi molto più precisa e sensibile nei movimenti. L’altra novità fondamentale sono i sensori posti sotto la guaina in fibra di carbonio che ricopre l’arto, e che riproduce fedelmente le caratteristiche della pelle umana. La distribuzione di questi sensori è uguale a quella delle terminazioni nervose del nostro corpo e quindi in grado di distinguere l’oggetto e di trasmettere al cervello le relative sensazioni tattili.
L’impianto sul paziente risale al 20 novembre del 2008, è stato eseguito nel Campus Bio-Medico da un’équipe di 14 persone più un neurochirurgo che hanno inciso il braccio sinistro per estrarre i nervi e collegarli agli elettrodi. Perfettamente riuscito, l’intervento ha richiesto una degenza di appena due giorni dopodichè il ragazzo ha iniziato l’addestramento: “Un lavoro soprattutto di cervello, di concentrazione, perché è il cervello che deve mandare gli impulsi dei movimenti. All’inizio è stato molto faticoso ma quando senti di riavere la mano, diventa tutto più facile. E capisci che valeva la pena di provarci, perché stai facendo qualcosa che non aiuta solo te stesso ma servirà a tanta altra gente nel mondo”. In questa fase Pierpaolo è riuscito a controllare tre differenti tipi di prese (a pugno, a pinza e il movimento del mignolo) e le interfacce neurali hanno registrato un riconoscimento del comando inviato al cervello superiore all’85%.
Un risultato complessivo che può mettere la persona in condizione di svolgere la quasi totalità delle attività della vita quotidiana e lavorativa. E siamo solo alla prima tappa di un cammino che secondo gli studiosi porterà ad un risultato ben più ambizioso: mettere direttamente in comunicazione il cervello e le sue diramazioni nervose con macchine artificiali.

QN Il Resto del Carlino La Nazione Il Giorno - Laura Alari - 2 dicembre 2009
 

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