Di Clint, il neozelandese di 48 anni cui nel 1998 all’Hopital Edouard Herriot di Lione, in Francia, venne trapiantata una mano, si sono perse le tracce. Era il primo intervento del genere eseguito al mondo e protagonista di quella storica operazione fu un italiano, Marco Lanzetta. Il giovane microchirurgo aveva 36 anni, non voleva passare per visionario e per realizzare quel “sogno che da tempo lo divorava”, scrive nel libro La buona mano (Garzanti), aveva presto lasciato l’Italia per fare ricerca prima in Canada, poi in Australia, infine in Francia.
Nel 2000, all’ospedale San Gerardo di Monza, eseguì il primo trapianto al mondo di entrambe le mani. “Denis le aveva lasciate sotto una pressa 4 anni prima: troppo malconce per essere reimpiantate”. Occorreva un donatore. Da cadavere, come per Clint. “E non fu facile” racconta Lanzetta. “Le mani sono il nostro biglietto da visita, importanti quanto un organo vitale”.
Undici anni fa, all’apice della notorietà, si divertiva a indossare una cravatta con tante mani stampate, come quelle lasciate in epoca primitiva sulle pareti delle grotte. Dipinte, scolpite nel marmo o nel legno, mani di ogni misura ornano il suo ufficio all’Istituto italiano di chirurgia della mano, nel centro di Monza, sorto nel 2006 in un’ala del convento dei barnabiti.
Oggi i trapianti di mano nel mondo sono 43: cinque li ha eseguiti lui. Il segreto del suo successo? Ambizione e puntiglio (“sono cresciuto così, cocciuto” ammette), ma anche tanto lavoro per acquisire quella manualità che “consente di non commettere errori”. E di velocizzare ogni passaggio al microscopio. Perché sono interventi che durano ore, la precisione è essenziale e mille i pericoli incombenti: si devono riconnettere un’arteria, l’altra, una vena, due, tre... i tendini, i muscoli. “Al microscopio è come atterrare su una superficie dove ogni cosa è ingigantita. La punta delle pinzette da micro diventa un palo della luce, l’ago che trafigge la parete dell’arteria un enorme, curvo ramo d’acciaio staccato da una pianta centenaria”.
Si intuiscono la complessità e la millimetrica esattezza di ogni gesto. Ma anche la tensione e l’ansia di portare in salvo il paziente. Verso la terapia antirigetto, la riabilitazione e una vita normale, come per Denis che lavora e ha messo su famiglia.
Oggi Lanzetta si divide tra la direzione dell’Istituto di Chirurgia della mano e la docenza all’Università di Canberra, in Australia, dove va una volta al mese. Non gli pesano i lunghi viaggi. Anzi, gli piace l’idea di mantenere contatti con il mondo della ricerca internazionale. Nel 2002 fu dichiarato non idoneo a ricoprire la cattedra in un’Università italiana per la specialità che nel 1999 gli valse il titolo di cavaliere ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica. Il motivo? Perché, pare, “troppo qualificato”.
Con i tre pazienti italiani e i due francesi, la sua serie resta la più lunga del mondo. L’ultimo intervento è del 2002. Poi basta? “Si, per due motivi. Vorrei aspettare almeno 10 anni per valutare, a distanza, pro e contro di questo tipo di interventi, e procedere eventualmente con altri. Poi la difficoltà a trovare candidati, visti i rigidi criteri di inclusione”. Nel frattempo? “Ci dedichiamo alle ricostruzioni dopo gravi incidenti sul lavoro”. Altra sfida è salvaguardare la funzione delle mani minata negli anziani dall’artrosi.
“I nuovi fronti ci vedono impeganti con l’uso di cellule staminali, fattori di crescita e nuove tecnologie, fino alle protesi bioniche. Avere mani funzionanti rende liberi. Occorre acquisire conoscenze senza aspettare”. Lanzetta ammette che odia aspettare. “Ho tante cose da fare, nella vita. E poche esperienze scatenano quel brivido che dà il far nascere un’idea, sperimentarla e costruirle attorno un teorema da provare”.
Panorama - Gianna Milano - 3 dicembre 2009