E’ la storia di una vacanza finita in ospedale. ‘Mi sono alzata per andare in camera da letto, forse un passo falso e sono scivolata. Non riuscivo più a muovere la gamba destra. Ho avvistao il medico di famiglia e chiamato un’ambulanza’. A raccontare è Tommasina A., 70enne di Milano, in villeggiatura nel Cilento con marito, figli e nipoti. La caduta provoca la frattura del femore. ‘Nella sfortuna sono stata però fortunata. Se mi avessero operato con la tecnica tradizionale, sarei rimasta in reparto dai 7 ai 10 giorni e tornata a casa in ambulanza. Invece la degenza è durata 3 giorni e l’intervento non mi ha impedito di fare le scale da sola. Non mi sarei mai aspettata questa assistenza in un piccolo ospedale del Sud’. Ogni anno in Italia 100 mila persone entrano in sala operatoria per un intervento di artroprotesi d’anca. E ogni anno il numero di pazienti per i quali è necessaria una soluzione chirurgica aumenta del 2 per cento, segnala l’Assobiomedica. Il problema riguarda soprattutto le donne, perché vivono in media più a lungo degli uomini. Però l’invecchiamento non è l’unico motivo del ricorso al bisturi. Lo conferma l’età media degli ammalati che continua ad abbassarsi. Obesità, sedentarietà e anche lo sport a livello agonistico, mettono a dura prova le articolazioni, accentuando le conseguenze di micro e macrotraumi.
La chirurgia può essere indicata se c’è una frattura oppure per bloccare processi artrosici o degenerativi. ‘In quest’ultimo caso la malattia danneggia l’osso e la cartilagine, le componenti capsulare e periarticolare (tendini e muscoli) e provoca una progressiva deformazione dell’articolazione’ spiega Norberto Confalonieri, primario di Ortopedia e Traumatologia al Centro traumatologico ortopedico (Cto) di Milano. ‘Il tipo di lesioni varia con l’età: agli anziani la protesi serve per riparare le fratture del collo del femore; ai giovani per curare la necrosi cefalica, la displasia dell’anca e la coxartrosi e far si che possano tornare a una vita normale con rapidità’.
Le complicanze dopo l’impianto della protesi sono dovute a infezioni (2 - 7 per cento di casi) e a motivi biomeccanici: l’interfaccia fra osso e protesi cede, se non c’è buona integrazione tra protesi e tessuti e l’articolazione rimane bloccata.
Fra le tecniche di intervento nuove c’è quella impiegata a partire da quest’anno su Tommasina A. nell’Ospedale San Luca di Vallo della Lucania (Salerno). Si chiama SuperCap ed è una tecnica chirurgica mini-invasiva, messa a punto negli Stati Uniti e importata in Europa per coxoartrosi e fratture mediali del collo del femore. L’operazione per via percutanea (attraverso la pelle) dura meno di 2 ore: il chirurgo esegue un’incisione di 5 - 8 centimentri e, senza toccare l’articolazione, attraversa le fibre del muscolo del grande gluteo per inserire l’uno dopo l’altro, a incastro, i diversi pezzi di una protesi particolare.
Il vantaggio? ‘Si può evitare di sezionare i tendini, salvare i muscoli e non asportare totalmente i tessuti dell’articolazione e il collo femorale, come avviene con le altre tecniche chirurgiche’ precisa Nicola Capuano, primario di Ortopedia e Traumatologia all’ospedale San Luca di Vallo. Inoltre il rischio di infezioni è ridotto e il recupero funzionale più veloce. Nell’80 per cento dei casi è possibile dimezzare le trasfusoni di sangue’. Nei corridoi di questo ospedale, aiutato da due bastoni canadesi, il paziente ricomincia a camminare qualche ora dopo l’operazione, dopo 3-4 giorni torna a casa. Il primo intervento negli Stati Uniti risale al 2003, a effettuarlo fu Stephen B. Murphy, direttore del Center for computer assisted and reconstructive surgery del New England baptist, a Boston. ‘I primi 107 casi, esaminati in uno studio apparso su Operative techiniques in orthopedics, hanno dimostrato che i tempi di degenza e di recupero postoperatorio sono ridotti di oltre il 30 per cento rispetto alla chirurgia tradizionale’ sottolinea Capuano. In Italia i dati preliminari sui primi 100 casi saranno presentati al congresso della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia, dal 7 all’11 novembre a Milano. Occorrerà, tuttavia, un periodo di osservazione per fare un bilancio dei risultati nel lungo termine.
La tecnica SuperCap ha già indicazioni e controindicazioni precise. Non è adatta a obesi e ammalati con anca displastica, l’età del paziente invece non ha importanza. I punti deboli? ‘Non è facilmente esportabile nei centri ortopedici, perché occorrono un’èquipe dedicata solo a questa attività e mani esperte. Altrimenti è alto il rischio che le componenti protesiche possano essere mal collocate’ avverte Capuano.
‘Una sistemazione imprecisa della protesi determina il fallimento precoce e la lussazione dell’impianto, quindi la necessità di rioperare. Complicazioni si verificano più spesso quando gli interventi avvengono in artroscopia’ precisano Giuseppe Monteleone e Filippo Randelli, copresidenti dell’International trauma course, organizzato a giugno a Como e dedicato alla chirurgia dell’anca.
Anche con altri metodi, che variano in relazione alla via d’accesso prescelta per l’impianto (le più usate: la via laterale diretta, la postero-laterale, la diretta mini-invasiva e quella a doppia incisione), e con l’aiuto di un software navigatore, i chirurghi ortopedici operano in modo sempre meno invasivo: incisioni di 7 - 8 centimetri anziché grandi tagli (15 -18 centimetri, fino a 25) consentono di ricostruire la capsula articolare e i muscoli periarticolari dell’anca.
‘L’uso del chirurgo-robot invece si è rivelato un flop ed è stata sospesa la sperimentazione preliminare, avviata in Usa, Italia e Germania’ riferisce Confalonieri, che è anche presidente della Società italiana di chirurgia ortopedica, computer e robot assistita. ’E’ un intervento aggressivo nei confronti del paziente. In più dura 6 ore anziché un’ora e mezzo e causa complicanze’.
Un altro trattamento allo studio fa ricorso alle cellule staminali. All’Università di Pittsburgh, stato della Pennsylvania, ricercatori stanno sperimentando sugli animali nuove terapie che sfruttano i poteri rigenerativi di queste cellule per frenare i processi artrosici all’anca e curare altre patologie ortopediche. ‘Le novità più entusiasmanti riguardano la dimostrazione che staminali con grandi potenzialità sono presenti attorno a vasi arteriosi e venosi di molti tessuti di animali adulti’ spiega Monteleone. ‘Significa che in futuro sarà possibile isolare queste cellule anche dal tessuto sottocutaneo adiposo, senza ricorrere a cellule del cordone ombelicale o a grossi prelievi di sangue. Con enormi benefici. I test sull’uomo cominceranno entro il 2014’.
Nel frattempo passi avanti si stanno facendo per perfezionare i materiali delle protesi. ‘Il titanio garantisce la maggiore affidabilità anche 20 anni dopo l’impianto, la funzionalità dell’arto hitech sfiora il 98 per cento dei casi’ afferma Monteleone, primario di Ortopedia al San Paolo di Napoli. ‘Il tantalio invece è una rete tridimensionale metallica ricoperta di titanio: le maglie favoriscono la crescita ossea e l’integrazione al suo interno. Al San Paolo di Napoli la sperimentaziione di questo materiale, sostiene il medico, sta dando ottimi risultati nel breve e medio termine. Biomateriali sempre più usati, inoltre, sono le leghe di cromo-cobalto, le bioceramche e il polietilene ad altissimo peso molecolare.
Panorama - Maria Pirro - 10 settembre 2009