Fabrizio Macchi: Disabile io? Provate a starmi dietro

Ha perso una gamba per un tumore a 16 anni. E da allora si è dedicato allo sport diventando un campione: canottaggio, la maratona di New York vinta. Poi la bicicletta: il record dell’ora, il bronzo ad Atene, campionati europei, mondiali...

“Disabile io? Mi viene da ridere se penso alle volte in cui, durante una gara, vedo certi speaker che dicono al microfono: “Aiutiamo questi poveri ragazzi”. Oppure alcuni giudici o cronometristi che si sentono normali, gente senza capelli, con occhiali da 10 diottrie, obesi che pesano 110 chili e mangiano sette hamburger a pranzo con l’aggiunta di quattro birre e ti guardano con occhio pietoso e sussuranno all’orecchio del vicino: poveretto! Poveretto cosa? A me manca una gamba, a loro?”.

Fabrizio Macchi è un fenicottero. Se lo è tatuato nell’anima quell’uccello rosa che staziona su una gamba sola, come lui. A lui una l’hanno amputata (ma sarebbe più giusto dire che se l’è fatta tagliare) quando aveva 16 anni. Nato e cresciuto a Varese, un brutto giorno cominciò a sentire un dolore al ginocchio sinistro. Aveva 13 anni e, dopo vari ricoveri, la sentenza: osteosarcoma, un cancro delle ossa. In tre anni subì 16 interventi chirurgici, ma con sempre minori speranze di guarire. Non cresceva più la pelle su quel malandato ginocchio e il medico gli disse chiaramente: “hai due possibilità, una è che tieni l’avambraccio appoggiato sul ginocchio per mesi sperando che la pelle si coltivi per contatto, ma è un lavoro lungo e incerto. Oppure...”. “Oppure cosa?” fece il ragazzo Fabrizio zittendo i genitori che nn volevano rassegnarsi. “Oppure si amputa” disse l’oncologo. “Tagli subito” rispose. “Ma no, Fabrizio, pensaci un po’ su” dissero in coro mamma Anna e papà Carlo. Lui fece finta di rifletterci, oggi confessa: “Quella notte per la prima volta dopo 3 anni dormii bene perché sapevo quello che volevo”.
Così il mattino dopo prese la sedia a rotelle e scese dal medico: “Ci ho pensato bene, ma ho due condizioni” disse sfrontato. “La prima è che mi taglia domani, la seconda è che sabato si va a casa”. Per evitare sorprese la sera prima dell’intervento prese un pennarello e in stampatello scrisse sull’arto condannato: “Da tagliare”.
Fabrizio uscì il sabato e cominciò subito a fare sport. Era il 1986. Nei primi anni il canottaggio (“Riuscii a farmi dare dalla federazione il permesso di gareggiare coi normodotati e questo era rivoluzionario”), poi l’atletica con la maratona di New York. Correva con le stampelle volando sul ponte Giovanni da Verrazzano, attraversando Brooklyn e il Central Park e vinse. Vinse anche le due edizioni successive, praticamente era una leggenda, gli americani stravedevano per lui. Poi passò al ciclismo e stabilì il record dell’ora. Poi le cronometro e le corse su strada, il bronzo alle Olimpiadi di Atene, due argenti e quattro bronzi ai Mondiali, quattro argenti e un bronzo agli Europei, 17 titoli italiani. Ha scritto un bel libro (Più forte del male), ha una rubrica su Sky sport e una sulla Gazzetta dello Sport.

D: Lei è un disabile?
R: Forse nella mente. Non è tanto il fatto di non avere un arto, ma le barriere la gente le ha nel cervello. Io sono un po’ pazzoide, mi piace mettermi in discussione quasi ogni minuto della giornata.

D: La disabilità l’ha reso più “pazzo”?
R: Io ero già un po’ così, chiaramente lo status fisico l’ha accentuato, faccio tutto questo anche per mettermi in gioco. E’ una cosa umana...

D: O una rivalsa per quello che è stato tolto?
R: All’inizio era una rivalsa per quello che non ho fatto quando ero bambino. Non ho giocato quanto hanno giocato i miei coetanei, quindi volevo riprendermi tutto, tutta la vita. Ma non ero arrabbiato, perché a 13 anni non riflettevo molto, pensavo solo al fatto che non era colpa mia, il cancro me lo sono dovuto cuccare.

D: Davvero ha vissuto i tre anni in ospedale con serenità?
R: I medici possono raccontare come quel reparto fosse la mia casa. Mi mancavano il mare, gli amici, però era normale essere lì: colazione, analisi, terapie, compiti, giochi, chemio, flebo, sonno. Eppure, lo vivevo in positivo. I miei genitori mi parlavano sempre di futuro e mai di cancro.

D: Quando ha sentito per la prima volta questa parola?
R: L’ho letta sul cuscino. C’era il logo “Istituto nazionale per la cura e la ricerca dei tumori” e ho capito che non mi trovavo lì per un’appendicite. Avevo 14 anni ma non ho detto nulla ai miei genitori. Non sapevo quanto l’osteosarcoma fosse mortale. Nel 1994 lo era al 90 per cento. Quindi sono qua grazie ai dottori, alla mia volontà e alla buona sorte. Mi sento fortunato.

D: Fortunato?
R: Il 20 per cento è merito della medicina, il resto è la forza che mi hanno trasmesso i miei, la volontà e la buona dose di fortuna, appunto.

D: Cos’è il dolore?
R: Io so cosa è il dolore: un mio compagno di viaggio per quattro anni che cambiava status ogni giorno. Più acuto, più sordo, continuo, a intermittenza, a volte era con sua sorella morfina, a volte da solo. Davo testate contro il muro ma mi faceva sempre più male il ginocchio.

D: Ha mai pensato al suicidio?
R: No, ma ho pensato che le cure erano inutili e allora tanto valeva uscire. Nella mia incoscienza ero convinto di guarire, al punto che a volte buttavo le medicine.

D: C’era la fede a sostenerla?
R: Sono cattolico, ma non so quanto mi ascoltasse quello lassù. Dicevo: con tanta gente che c’è in giro, devi proprio prendertela con me? Hai un momento, Dio?, come canta Luciano Ligabue. Poi, dopo l’amputazione, mi sono venute due metastasi ai polmoni: altri due interventi. Poi è morto mio padre in un incidente con il motorino e lì ho veramente visto il fondo. Cavolo, ma c’è qualcuno che guarda quel che succede o non è vero niente?

D: E c’è qualcuno su che guarda?
R: Mah, secondo me sì, e in realtà ha pensato che potessi sopportare tutto questo, altrimenti non l’avrebbe fatto.

D: Non le sembra una dichiarazione da Superman?
R: Forse sì, sono presuntuoso, però questo è quello che penso. Sono stati 10 anni in cui la sfiga è stata abbastanza presente. Diciamo che ho dato, e ce l’ho fatta, ora sono guarito e tutto sommato mi manca solo una gamba, che vuoi che sia.

D: Lei riesce a essere piuttosto ironico...
R: Dipende, se mi sveglio col piede giusto al mattino.

D: Anche quando scrisse sulla gamba “da tagliare”?
R: L’amputazione fu una cosa geniale. Se non l’avessi fatta, avrei tenuto la gamba rigida per sempre, non avevo più l’articolazione del ginocchio e non avrei potuto far nulla. Ero esasperato ma deciso, determinato. La mia più grossa qualità è la determinazione. Ascolto tutti ma poi decido io. Quindi ero tosto e presi il pennarello perché avevo letto di uno a cui avevano tagliato la gamba sana. Ho detto: non si sa mai nella sfortuna, cerchiamo di non fare errori.

D: Ha salutato la gamba?
R: No, ma subito dopo l’intervento ho alzato il lenzuolo e ho guardato. Era tutto a posto e mi son detto: oggi inizia la seconda vita di Fabrizio.

D: E la seconda vita è stata più difficile?
R: Per quelli che mi stavano intorno è stato più difficile.

D: E se gli amici dicevano: andiamo a giocare a pallone?
R: Ho imparato a giocare a pallone su una gamba sola. E neanche male.

D: Che cosa le ha trasmesso suo padre?
R: Aveva il mio carattere, molto determinato, c’era un dialogo di sguardi. Parlavamo poco e mi diceva: andiamo avanti che così va bene. Era un andare avanti concreto, non consolatorio. E io mi fidavo ciecamente di lui.

D: Avere una gamba di meno significa avere meno fidanzate?
R: All’inizio sì. Ero meno appetibile. Ma non ho mai creduto che fosse per la gamba. Pensavo guardandomi allo specchio: forse non sono carino. Poi andò tutto bene.

D: Come è stato vincere la maratona a New York?
R: C’era ancora mio padre, che mi ha accompagnato tutte e tre le volte. Peccato che non mi abbia visto alle Olimpiadi o ai Mondiali, che non abbia visto che sono diventato un atleta vero.

D: Essere confinato fra gli atleti paraolimpici è un ghetto o una possibilità di vincere in più?
R: Certamente se gareggiassi coi normodotati vincerei meno. Ma il nostro sport è di latissimo livello, i nostri tempi sono di poco superiori. Potrei correre con i dilettanti e vincere, con gli amatori vinco, a cronometro vinco.

D: I disabili dovrebbero gareggiare coi normodotati?
No, ma sarebbe giusto unificare il medagliere e avere pari dignità. Non si capisce perché una medaglia d’oro di uno con due gambe valga cento e una mia dieci.
R: E perché non si cambiano le regole?
Perché, quando i dirigenti devono essere rieletti, o nel momento della retorica, ci fanno tutti i discorsi sullo sport con la s maiuscola, ma poi il business e l’audience tv ci condannano ai margini.

D: Lo sport paraolimpico non porta denaro?
R: Ne porta molto meno e non vogliono farlo crescere. Chi ama lo sport ama le sfide e le competizioni. Vedere una gara di gente che corre con due gambe, o con una, o che corre con un solo braccio, sempre competizione è.

D: Quanto vale la medaglia d’oro di un normodotato?
R: Centosessantamila euro.

D: E quella di un disabile?
R: Racconto perché voto Silvio Berlusconi. Era il 2004 ed ero tornato da Atene con la medaglia di bronzo. Ci riceve Berlusconi a Palazzo Chigi. Stavo parlando con una nuotatrice e un altro atleta e Berlusconi si avvicina e chiede: 'ma quanto vi danno per la medaglia?' ci davano il 10 per cento dei normodotati, insomma a me col bronzo toccavano più o meno 3 mila euro. Lui non ci voleva credere. Subito, di tasca sua, ci raddoppiò il compenso e dopo poco tempo fece fare una legge che concedeva ai disabili la metà del premio dei normodotati. In pochi minuti risolse concretamente un problema mio e di tutti gli atleti come me. E questo non lo dimentico.

D: Lei è l’atleta a tempo pieno. Come va con gli sponsor?
R: Un bilancio sui 100 mila l’anno. Vivo bene, molto meglio di quando facevo il fisioterapista.

D: Per catturare uno sponsor si deve solo vincere o anche commuovere?
R: Se uno sponsor viene da me solo perché si è commosso, lo mando a quel paese. Se invece investe su un atleta come me, con pochi soldi garantisco un bel ritorno.Ho una bella storia, la storia di uno che ce la fa.

D: Cos’è per lei la fatica?
R: Dolore e fatica vanno a braccetto. Quando c’è tanta fatica entra in ballo il dolore. Ma, come hanno già detto altri campioni, la fatica è spesso piacevole, ti dice che stai lavorando bene, che sei uno sportivo vero e sano.

D: Nel raggiungimento degli obiettivi sportivi, le manca mai la gamba?
R: No, sono uno in gamba. Sono il primo a praticare l’ironia per rispondere all’ignoranza altrui. Tutti mi chiedevano sempre le stesse cose. Così mi sono rotto e ho cominciato a raccontare un sacco di balle. C’è gente che, dopo vent’anni che mi conosce, ancora mi guarda stupita e allora mi rendo conto che i disabili, di testa, sono loro.

D: Che balle raccontava?
R: Dicevo che ero caduto da un tetto o che uno squalo nell’Adriatico mi aveva staccato l’arto di netto. Sai quante volte con gli amici facevamo il bagno e dopo un po’ che ero dentro uscivamo di corsa e io gridavo: 'lo squalo, lo squalo!' Le persone mi guardavano e all’inizio si spaventavano , poi mi mandavano al diavolo. Mi piace essere un po’ buffone. Nei primi tempi avevo una protesi e mi mettevo in centro a Varese con un piede girato da una parte e uno dall’altra e la gente restava senza parole. Oppure una volta ero con una ragazza in un pub e avevo la protesi ma lei non sapeva nulla. A un certo punto le dico: vado un attimo in macchina, e me la tolgo perché mi dava fastidio. Torno dalla tipa come se niente fosse e quella mi vede senza una gamba e sviene.

D: Il primo piacere?
R: Stare con Patrizia, mia moglie, e Thomas, mio figlio.

D: Cibo?
R: Mi piace ma devo stare attento. A fine anno mangio un tiramisù, ogni tanto la Nutella e il mascarpone sul panettone.

D: Alcol?
R: Se devo, vado a champagne e mi ubriaco facilmente.

D: Canne?
R: Un tiro una volta, ma non fumo nemmeno le sigarette, mi dà fastidio.

D: Sesso?
R: Un gran bel piacere e purtroppo ogni tanto devo farne a meno. Però quando si può si fa, anche prima di una gara, non c’è problema. Perché se una cosa ti va, ti fa bene.

D: Il desiderio più grande?
R: Avere un figlio. E l’ho realizzato.

D: Vive in Svizzera, si sente italiano?
R: Sento molto il peso di portare la maglia azzura. E’ un prestigio e quando sento l’inno mi trema la gamba.

D: La cosa che le dà più fastidio?
R: Quando mi dicono 'poverino'. Le sembro poverino?

D: A un reality andrebbe?
R: Ho fatto il provino del Grande fratello perchè volevano il “disabile”, per fortuna mi hanno scartato. Però se mi dessero 500 mila euro ci potrei pensare.

D: Ciclismo uguale doping?
R: Sport uguale doping, direi, e il ciclismo è quello più bersagliato. Il doping è una scorciatoia per raggiungere risultati e migliorare sempre. E’ l’effetto di una malattia generale. Vincere con le tue forze ti dà ben altra soddisfazione, però.

D: Il calcio?
R: Mi piace e tifo Juve, ma questo mondo finto fatto di veline, discoteche, soldi facili, gesti offensivi mi fa rabbia. Loro hanno la fortuna di stare in uno sport pieno di soldi. Dovrebbero dire grazie ogni mattina che si svegliano. Invece i calciatori si allenano due ore al giorno, corricchiano, dai, che sport è?

D: C’è più invidia o più fastidio?
R: Fastidio, sicuramente. Un po’ di invidia pure. Se avessi avuto due gambe , avrei potuto benissimo fare il calciatore, non mi sento atleticamente inferiore a loro.

D: Il suo mito?
R: Sportivamente Alberto Tomba e per altri versi Alex Zanardi. Umanamente mio padre.


Panorama – Fabrizio Paladini - 23 aprile 2009

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