Polizze. Sempre più italiani si ingegnano a trovare i modi più fantasiosi per spillare soldi alle compagnie. E, in un momento di crisi, il fenomeno si espande anche nel “ricco” Nord-Est. Ecco i casi più clamorosi e quanto incidono nella crescita delle tariffe.
Provincia di Bolzano. L’auto guidata da David Z. contro lo spigolo in cemento armato del poligono militare. Nell’urto muore la madre Maria, 53 anni. Una tragedia? Vediamo. Sull’asfalto non sono rilevati segni di frenata; alla madre era stata intestata una polizza vita che stava per scadere; David Z. era indebitato sino al collo: la madre era stata fatta sallire su un’auto senza airbag e senza farle agganciare la cintura di sicurezza. Troppe coincidenze per i detective delle assicurazioni. Che bloccano il risarcimento da 500 mila euro e fanno incriminare il giovane per omicidio volontario.
Quello di David Z. è un caso limite, che aiuta però a capire cosa può nascondersi dietro alle truffe assicurative. In questo vaso di Pandora c’è di tutto, dal colpo di frusta alle morti presunte, dagli infortuni sul lavoro travestiti da incidenti stradali agli incendi dolosi, dai furti simulati alle attività di riciclaggio della criminalità organizzata. Ogni anno questo “mercato sommerso” costa alle compagnie di assicurazione circa 366 milioni di risarcimenti (dato Isvap 2006), che pur essendo in lieve diminuzione (369 milioni nel 2005) vanno comunque a impattare negativamente sul costo delle polizze. Prendiamo infatti il caso del Trevigiano: circa 400 nigeriani hanno campato due anni e mezzo provocando una dozzina di incidenti stradali alla settimana. Il valore della loro truffa si aggira sui 15 milioni. E anche se presto finiranno davanti a un giudice, la tariffa rc auto applicata a Treviso resta quella della città ad alto tasso di sinistri.
“I nigeriani si appostavano con l’auto alle rotonde dei supermercati, puntando su donne sole o sulle coppie di pensionati” racconta Ugo Vittori, fondatore dell’agenzia Eagle Keeper di Bologna e detective delle principali assicurazioni italiane. “Con un sorriso facevano cenno di passare rinunciando al diritto di precedenza, poi ingranavano la marcia e provocavano lo scontro. Quindi quattro energumeni arrabbiati scendevano dalla vettura impugnando il modulo di constatazione amichevole. E ai malcapitati non restava altro che firmare”.
Se le polizze sono troppo care, dunque, la colpa è anche degli oltre 102 mila sinistri truffaldini che ogni anno vengono denunciati all’Istituto di vigilanza. La casisitica è ampia. Il fenomeno è interregionale e interclassista. Come dimostra il classico colpo di frusta, quello che non viene mai negato dai pronto soccorso. “La fetta più grande delle truffe riguarda gli incidenti stradali e il 60 per cento delle richieste di risarcimento fa riferimento proprio al colpo di frusta” spiega il responsabile dell’ufficio antifrode di una primaria compagnia italiana. E se le frodi relative ai soli sinistri stradali valgono 315 milioni, vuol dire che il mal di collo ne costa alle compagnie ben 189.
E anche se le statistiche ufficiali dell’Isvap e dell’Ania documentano una diminuzione generale delle frodi, ciò non vale per il settore dei danni alle imprese nel ramo incendio, dove l’incidenza delle truffe è salita dello 0,46 per cento e gli importi del 5,12 per cento.
“Le frodi riguardano per lo più i macchinari acquistabili dalle imprese con finanziamenti dello Stato” spiega Vittori. “I titolari delle società incassano l’anticipo, non comprano nulla, stipulano comunque l’assicurazione obbligatoria e prima dei controlli bruciano tutto o simulano un furto”.
Anche questo è un segno della crisi. Tanto sentita da cambiare anche la mappa territoriale dei truffatori. In testa c’è la Campania, che da sola vale il 10,5 per cento degli importi dei sinistri illegittimi, seguita da Puglia, Calabria e Sicilia. Ma le percentuali delle frodi si stanno impennando anche al Centro e al Nord. Qualche esempio? In Veneto gli importi delle frodi nel ramo rc auto sono cresciuti del 16,7 per cento. A Imperia il numero è stabile ma il valore cresce del 162 per cento e a Perugia l’indice segna un più 130 per cento. Nel ramo incendio poi, il fenomeno è ancora più evidente. Asti e Alessandria raddoppiano e quadruplicano i reati. In Emilia-Romagna il valore delle truffe aumenta del 66,1 per cento mentre è sbalorditivo il dato di Rimini: più 4.875 per cento. Più “normali” i dati di Varese, Mantova e Pordenone che superano il 600 per cento di incremento.
Succede così che la magistratura decida di aprire inchieste a ripetizione. Come a Gravina in Puglia, dove i pedoni investiti risultavano più numerosi che a Bologna o come in Emilia-Romagna dove la Guardia di Finanza indaga su 137 persone (tra i quali una cinquantina di agenti di polizia) per falsi incidenti.
“I sinistri passavano tutti dallo studio legale di Omar Gamberini a Bologna e molti agenti, sempre gli stessi, figuravano come testimoni e trasportati. Una rete che fruttava da 300 a 600 euro al segnalatore e che ha provocato un danno alle assicurazioni di 10 milioni di euro” ricostruisce lo 007 Vittori.
In Puglia, invece, a mangiare alle spalle del Fondo di garanzia (quello che risarcisce vittime e lesioni provocate dai pirati della strada) erano in 140. “Anche in questo caso la truffa si aggira sui 2 milioni ed è avvenuta con la compiacenza di un paio di legali. I feriti per cui chiedevano i risarcimenti erano sempre veri, ma per lo più si trattava di infortuni sul lavoro”. Come è successo a un operaio siciliano che ha perso una gamba lavorando in una cava di pietre: “Prima ancora che arrivasse l’ambulanza avevano già messo in scena un falso incidente stradale, sfasciando un camioncino e cospargendo parabrezza e sedili di sangue: la traiettoria degli schizzi non mi convinceva. Ho disposto delle analisi ed è risultato sangue di gallina”. Morale: 700 mila euro di risarcimento risparmiati.
A spingere gli uffici antifrode a indagare sono indizi ricorrenti come un eccessivo ritardo nella denuncia del sinistro o un fatto dubbio che si verifichi poco prima della scadenza di una polizza. Un incidente avvenuto subito dopo la stipula o ancora la presenza di nomi ricorrenti o targhe plurisinistrate. E dopo le prime indagini, entra in scena la Eagle Keeper (97 per cento di casi risolti). E’ sempre l’agenzia di Vittori ad aver lavorato al presunto omicidio di Bolzano, ad aver incastrato un noto gioielliere del centro di Napoli per un furto simulato e ad aver fatto condannare due moldavi che avevano denunciato la morte dei genitori per incassare l’assicurazione sulla vita: “Li ho rintracciati al confine ucraino, mentre se la spassavano in una balera”.
Per le frodi assicurative non c’è limite alla fantasia, si va dal dipendente romeno ucciso dai datori di lavoro veronesi per incassare il premio della polizza sino all’imprenditore di Orvieto che finge la perdita di prezioso vino barricato. “Raccontava che ignoti gli avevano aperto le cisterne a Ferragosto, disperdendo il suo vino rosso, assicurato per mezzo milione di euro. Non solo i nostri periti hanno stabilito che la dinamica era impossibile, perché le cisterne sarebbero implose per la pressione, ma hanno anche scoperto che quel vino barricato in realtà era stato aromatizzato con del truciolato”.
Negli ultimi sei anni una compagnia come l’Allianz è passata dai 300 mila euro di risarcimenti risparmiati ai 6 milioni attuali, cui si aggiungono querele per un importo di altri 17. Ma, dice Vittori “la gran parte delle frodi resta invisibile, favorita dal risarcimento diretto introdotto con la riforma Bersani”. Il ricorso a una polizza kasko obbligatoria, come esiste negli Usa o in Germania, aiuterebbe. “Ma ancora più urgente è l’istituzione di un ufficio antifrode pubblico, magari finanziato dal settore assicurativo, che possa attingere a tutte le banche dati esistenti” propone il presidente dell’Ania (la Confindustria delle assicurazioni) Fabio Cerchiai. Non servirebbe soltanto a migliorare i bilanci e i prezzi delle assicurazioni, ma a chiudere nuove e facili fonti di finanziamento della criminalità: “le cosche reggine hanno utilizzato questo meccanismo per vent’anni, lucrando sino a 20 mila euro a settimana” racconta Giuseppe Bianco, già magistrato della Direzione distrettuale antimafia. “Ma ormai siamo di fronte a un fenomeno assolutamente trasversale”.
Panorama - Antonella Bersani - 28 agosto 2008