EMERGENZE - Per il ministro Fioroni gli studenti devono tornare a studiare la grammatica. Basti pensare che all´Università c´è che ritiene Boccaccio l´antenato del Grande fratello.
Siamo già alla scuola degli asini? Si può prendere atto, senza nascondere le orecchie d´asino, della situazione catastrofica in cui si trova oggi la scuola? Certi studenti che arrivano all´Università sembrano proprio venire dalla scuola degli asini. " Somari " certo ci sono stati in tutti i tempi e in tutte le scuole: ma il somaro classico tendeva quasi sempre a prendere atto della propria ignoranza; l´asinità si riconosceva come tale e in taluni casi poteva avere perfino una funzione di critica, di rovesciamento, di parodia verso le presunzioni di certa cultura troppo rigida, pedantesca, formalistica, troppo atteggiata.
L´asino poteva ricordare i limiti della scienza; nella letterature e nella filosofia poteva del resto rappresentare l´ "altra faccia" della saggezza, l´asinità del sapere, il valore della vita materiale, dell´umiltà e della contraddizione (e del resto Gesù era entrato a Gerusalemme proprio a cavallo di un asino). L´asinità contemporanea (ora che da noi quei grigi animali da soma e da lavoro sono diventati rarissimi) è invece lucidata, plastificata, arrogante, pretenziosa; ha perduto ogni rapporto con il solido fondo della materia; non ha complessi e per di più non riconosce se stessa, immersa in un brodo che le fa apparire tutto facile, tutto indifferente, tutto alla sua portata.
Agli esami universitari ci si può imbattere in un vasto campionario di questa evanescente asinità: mancanza di organizzazione logica, indifferenza ai nessi causali, disponibilità a giustapporre i fenomeni più diversi al di là di ogni vincolo spaziale e temporale, come se esperienza e conoscenza si svolgessero su di un nastro continuo sempre scorrevole e sempre presente, in un´assoluta contemporaneità e compresenza, in un irreale tempo reale. Da questa sfasatura di base si sviluppano svarioni e asinerie particolari che toccano le più diverse discipline e di cui ogni professore può esibire un circostanziato catalogo. Tra i casi che riguardano gli studi letterari posso ricordare quello dello studente che, sentendo che Beatrice nel Purgatorio si presenta a Dante vestita di bianco, rosso e verde sostenne che essa rappresenta allegoricamente l´Italia del Risorgimento, fenomeno che avrebbe avuto luogo nel Cinquecento. E quello che alla richiesta di indicare la natura della versificazione della stessa Commedia, disse che nella poesia cercava emozioni e non poteva occuparsi di una cosa tanto tecnica, pedestre e nozionistica come la "metratura" (usò proprio questa parola).
E uno che disse che la brigata dei narratori del Decameron è una prefigurazione del grande fratello. E la ragazza che alla richiesta di qualche dato sulla bibliografia manzoniana, disse che essa non esisteva affatto, allegando, di fronte alla perplessità del professore, la pagina del manuale, dove era scritto che la bibliografia su Manzoni era, appunto, sterminata, cioè per lei distrutta dal genocidio. Ancora un altro sostenne con convinta sicurezza che nel Passero solitario Leopardi mette al centro il problema del sesso, inteso come problema dell´uccello. Si tratta di piccoli esempi, che rappresentano la punta estrema e ridicola dei diffusissimi fraintendimenti lessicali, della desolante povertà di vocabolario, che cancella dalla mente giovanile non solo i residui dell´antico linguaggio poetico, ma anche molti termini correnti nel linguaggio giornalistico; a ciò si aggiunge l´ignoranza totale della spazialità geografica, dell´articolazione fisica e politica del mondo e l´incapacità di percepire la profondità storica, il senso della diversità del passato rispetto al presente, etc.
Insomma sembrano sprofondati in un abisso certi parametri di misura del sapere, certi dati di base che un tempo erano considerati ovvi, condivisi persino dai somari, e che ora sfuggono allo strato "medio" dei nostri studenti, a quelli che nel prossimo futuro dovrebbero costituire il tessuto connettivo del nostro Paese. E preoccupa l´indifferenza rispetto alla propria stessa asinità, la diffusa convinzione che tutto ciò che non è poi tanto importante, che si tratta di cose che non hanno rilievo in una vita che sembra poter scorrere sempre più leggera e flessibile. Non molto consola la constatazione che, comunque, resta uno strato di "bravi", che riescono a far fruttare un livello alto di intelligenza e di sapere (in certi casi più alto che in passato), che viene però ostacolato e umiliato dal progressivo montare dello stato asinino, dall´inarrestabile livellamento verso il basso. Tante naturalmente le cause e le responsabilità di questa situazione, interne ed esterne alla scuola, italiane e mondiali.
L´orizzonte della telecomunicazione in cui i giovani sono immersi (col dominio dei modelli televisivi e pubblicitari) rende inefficace la scuola, rende vani gli sforzi di tanti bravi professori che ancora ci sono: la vita di tutti i giorni mira a cancellare ogni effetto del lavoro scolastico, a cui non si riconosce nessun prestigio (e come ci può essere prestigio se i professori sono così mal pagati?) e che perciò si dimentica subito, svanisce nel flusso delle varie sollecitazioni quotidiane. Di fronte a tutto ciò la scuola non ha resistito, progressivamente indebolita da tutta la serie di interventi politici e pedagogici che si sono succeduti a partire dagli anni sessanta. I governi democristiani e i sindacati hanno gestito la scuola come un grande bacino di parcheggio e di consenso, con continue ed incontrollate immissioni nei ruoli, con sempre più scarsa cura per la qualità.
L´azione delle pedagogie "democratiche" invece di aprire a tutti la cosiddetta cultura "alta", ha abbassato tutto ad un livello di sciatto populismo. La cura per l´educazione linguistica, nel quadro di una creatività linguistica libera, nemica delle norme, ha portato a cancellare il noioso studio della grammatica e dell´analisi logica (e che dire della guerra contro il "tema" e della proposta di diverse "tipologie di scrittura" a chi in genere non possiede il più semplice linguaggio di base?). L´antiautoritarismo sessantottesco e l´attenzione ai "diritti dello studente" hanno dato luogo a inutili e sempre meno frequentati organismi assembleari (senza contare la tolleranza per lo sport tutto italiano delle "occupazioni" o delle più amate "autogestioni").
Ecco poi le cervellotiche e arzigogolate riforme più o meno abortite, da Luigi Berlinguer a Letizia Moratti, campo di prova di un pedagogismo accademico, legato ad immagini illusorie e fuori tempo della società italiana e mondiale, dispensatore di sempre nuovi vincoli burocratici, complicati dal fantasma dell´ "autonomia". Non è però vero che la scuola di prima fosse un paradiso: non si tratta di tornare indietro, ma piuttosto (la cosa diventa però sempre più difficile) di cercare una "rifondazione" all´altezza di un mondo ora tanto diverso da quello di allora, per mettere davvero la scuola al centro delle esigenze della società, per farne il sostegno di cui abbiamo bisogno per la sopravvivenza del nostro Paese nel futuro che si annuncia sempre più difficile e contradditorio.
Articolo pubblicato su Panorama - Chiara Palmerini - 20 Settembre 2007